Introduzione alla Prima serata
Introduzione del diacono Paolo Di Benedetto
L’anno scorso ci siamo lasciati con la promessa di dare a questo appuntamento un carattere formativo e in tutto quest’anno con l’équipe, che ringrazio per l’impegno costante e l’abnegazione, abbiamo cercato di concretizzare questo proposito.
A partire dalla formazione offerta dalla Commissione regionale, alla quale come ufficio diocesano abbiamo partecipato a luglio scorso coinvolgendo ben 24 catechisti della diocesi, abbiamo subito voluto condividere con tutti gli altri questa esperienza con un primo appuntamento di formazione biblica svoltosi il 28 novembre a Castellaneta Marina e il 12 Dicembre a Massafra, quando con l’aiuto di don Antonio Favale abbiamo voluto introdurre i catechisti allo studio della Parola.
È inutile dire che questo è stato solo il primo degli appuntamenti dedicati alla Parola, che quest’anno continueremo a proporre entrando un po’ più nello specifico del Testo Sacro al fine di riscoprire che la catechesi è fondamentalmente primo annuncio e per poter riflettere sul fatto che appunto il Kèrygma non è un annuncio che si fa una volta e per sempre; il termine “primo” infatti, non si riferisce ad un numero ordinale, bensì al concetto di principale, unico, perenne, che come tale, va riproposto continuamente.
Questo concetto collega la catechesi con l’evangelizzazione creando il presupposto per una formazione continua per tutti gli operatori dell’evangelizzazione.
Parlare di kèrygma però, e così entriamo nell’argomento di stasera, consiste nel raccontare Gesù non in modo astratto, bensì toccando la realtà pratica in cui l’essere umano contemporaneo vive. Il Vangelo presenta Gesù come una persona interessata non solo ai nostri dubbi e alle nostre ansie, ma come l’”Emmanuele”, il “Dio con noi” che ci accompagna per tutta la vita.
Dunque la catechesi non può e non deve essere mera istruzione, ma deve prendere forma da un’esperienza pratica che ci porta a conoscere Gesù attraverso un’esperienza personale.
Ma le esperienze personali per essere tali, richiedono di essere interazione costante tra i soggetti coinvolti e con ciò che li circonda.
È essenzialmente questo il concetto che portò Papa Francesco nel Discorso rivolto all’Ufficio Catechistico Nazionale del 7 dicembre 2021, a dire (cito testualmente) che “la catechesi prende per mano le persone per accompagnarle nel percorso della loro vita suscitando un cammino in cui ciascuno trova un ritmo proprio, perché la vita cristiana non appiattisce, né omologa, ma valorizza l’unicità di ogni figlio di Dio. La catechesi è anche un percorso mistagogico, che avanza in costante dialogo con la liturgia, ambito in cui risplendono simboli che, senza imporsi, parlano alla vita e la segnano con l’impronta della grazia - (motivo per cui chiuderemo questa tre giorni con una celebrazione eucaristica e proporremo domani, in uno dei tre laboratori, alcuni aspetti del linguaggio liturgico).
La catechesi - aggiunge papa Francesco – favorisce l’incontro personale con Gesù perciò va intessuta di relazioni personali. Non c’è vera catechesi senza la testimonianza di uomini e donne in carne e ossa”.
La catechesi quindi portando a Gesù, forma alla vita buona, al bene comune e al senso del noi in tutte le sue dimensioni: quella antropologica e quella spirituale. Perciò, una catechesi che non tiene conto della carità è sterile, così come una catechesi che non avvia la persona alla preghiera è vuota.
Capite bene che questi aspetti fanno pensare non ad un’aula scolastica, ma ad uno scenario molto più ampio dove le relazioni non si limitano al solo rapporto catechista/formando, ma abbracciano la sua famiglia così come l’intera comunità ecclesiale che se non diventa generativa ed educante, non può essere comunità.
A fronte di tutto questo, la catechesi non può, lo abbiamo più volte ripetuto, avere lo stile scolastico, ma deve avere uno spettro più ampio e includere oltre che la Sacra Scrittura, il Magistero della Chiesa, e i sacramenti, anche la sfera sociale e quindi umana, attraverso la quale la persona fa esperienza del suo essere umano.
È appunto per cercare di chiarire questo concetto, che stasera abbiamo voluto invitare il prof. Pompeo Fabio MANCINI, docente di Didattica Generale e Filosofia Teoretica presso Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano “Giovanni Paolo II” di Taranto e Docente di Pedagogia Sociale presso la LUMSA di Taranto, affinché con le sue competenze sia in ambito filosofico che pedagogico ci aiuti a comprendere come la formazione del catechista è necessario sia una formazione integrale della persona in cui si mescolano tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato finora.
Il prof. Mancini oltre ad essere docente è anche formatore di docenti, in più è membro della Consulta dell’Ufficio Catechistico Nazionale della CEI e membro dell’équipe formativa dell’Istituto Pastorale Pugliese, quindi è impegnato in prima persona in quello che è l’aspetto che concerne la catechesi, ma ancor più la formazione dei catechisti.
Il prof. Mancini, questo lo dico per sottolineare lo spessore del nostro ospite, ha all’attivo numerosi saggi e diverse monografie, ne cito in particolare due solo perché ho avuto il piacere di leggerli assaporandone tutto il loro fascino che sono “Il singolare universale. Esistenza, possibilità e assoluto tra Kierkegaard e Sartre” scritto nel 2015 e “Socrate e Aristotele alle elementari. Percorsi di educazione al pensare nella Scuola dell’Infanzia e Primaria tra Fenomenologia e semiotica dell’argomentazione” scritto nel 2006.



