Terza serata, Conclusioni di S.E.R. Mons. Sabino Iannuzzi
Carissime catechiste e carissimi catechisti, il cammino vissuto in questi tre giorni non ci consegna soltanto una sintesi, ma una direzione ecclesiale: “educare alla fede e educare all’umano” non sono due obiettivi in parallelo, bensì un unico processo nel quale il Vangelo genera persone nuove e, nello stesso tempo, rende la vita più umana, più vera, più capace di relazione e di responsabilità.
Perché se la catechesi si riducesse a semplice trasmissione di contenuti, potrebbe anche risultare corretta, ma non sarebbe necessariamente generativa.
La catechesi, invece, nasce perché la fede viva diventi forma di vita: un modo di pensare, di sentire, di scegliere e di abitare il mondo. Per questo è sempre un atto educativo, cioè un’azione che tocca l’interiorità e, insieme, il tessuto concreto dell’esistenza: affetti, legami, fragilità, desideri, lavoro, scelte morali e partecipazione ecclesiale.
In questo senso, educare alla fede significa educare l’umano a lasciarsi incontrare da Dio; ed educare l’umano significa rendere la fede capace di incarnarsi, senza rimanere astratta.
1. La fede si educa solo se è vissuta
Il primo dato che emerge con forza è che la fede non si trasmette per delega, ma «con l’amore e la testimonianza»[1].
La Scrittura è netta: «Quello che abbiamo udito, quello che abbiamo visto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato… noi lo annunciamo» (1Gv 1,1–3).
L’annuncio nasce da una vita toccata, non da un discorso ben costruito. Papa Benedetto XVI all’inizio dell’enciclica Deus Caritas est affermava: «All'inizio dell’essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»[2]
Perciò il servizio catechistico non può essere inteso come un “compito da svolgere”, ma come una vocazione ecclesiale: il catechista è chiamato a custodire la propria fede perché diventi affidabile per gli altri. La catechesi è credibile quando lascia intravedere che il Vangelo non è un’idea, ma un incontro che cambia la vita.
In questa prospettiva risuona, con particolare forza, l’appello che Papa Francesco rivolse nel 2022 ai catechisti: «La catechesi non può essere come un’ora di scuola, ma è un’esperienza viva della fede che ognuno di noi sente il desiderio di trasmettere alle nuove generazioni»[3]. È un’affermazione che non chiede soltanto di cambiare “metodo”, ma di purificare l’intenzione: non si tratta di spiegare Dio, ma di accompagnare persone verso Dio.
Da qui una prima consegna: la catechesi sarà tanto più feconda quanto più sarà nutrita da relazioni vere, accompagnate da un clima di fiducia e da una comunità che sostiene e non isola.
La testimonianza non è individualismo spirituale: è una vita ecclesiale che è chiamata a farsi trasparenza del Risorto.
2. Educare all’umano: la catechesi come
umanizzazione e accompagnamento
Il secondo asse, che ha segnato in modo decisivo il percorso di questa nostra Bisaccia del Catechista, riguarda il legame tra catechesi e scienze dell’educazione: educare alla fede richiede di conoscere l’uomo concreto, i suoi linguaggi, le sue dinamiche interiori, le sue ferite e le sue risorse. Non per “psicologizzare” la fede, ma per non rischiare di parlare a vuoto, e per evitare che l’annuncio resti esterno alla vita.
L’educazione, infatti, non coincide con l’istruzione: è umanizzazione e, insieme, accompagnamento. Educare significa sia “trarre fuori” le potenzialità (da educere), sia “sostenere e guidare” nel cammino (da educare).
In catechesi questo diventa decisivo: non si tratta solo di “dare” contenuti, ma di aiutare ciascuno a far emergere ciò che lo Spirito sta già lavorando nel cuore, e a orientarlo in una crescita reale e integrale.
Questo rende comprensibile perché la catechesi non può omologare. Ogni persona ha un ritmo, una storia, una soglia diversa di accesso alla fede. L’Incarnazione resta la misura: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). Dio educa entrando nella storia, non imponendosi dall’esterno.
Se teniamo sullo sfondo questa visione, diventa evidente che educare alla fede senza educare all’umano è impossibile: la fede matura quando l’umano è preso sul serio; e l’umano fiorisce quando è attraversato dal Vangelo.
3. Formazione permanente: la catechesi forma
perché il catechista si lascia formare
Da qui si comprende il terzo asse: la formazione non può essere episodica. Non basta un corso, non basta una metodologia, non basta nemmeno un entusiasmo generoso. Occorre una formazione permanente, intesa come trasformazione della persona, non come semplice aggiornamento tecnico.
È illuminante la formulazione del Direttorio per la Catechesi, ricordata anche dal Prof. Mancini nel suo intervento:
«La formazione è un processo permanente che, sotto la guida dello Spirito e nel grembo vivo della comunità cristiana aiuta il battezzato a prendere forma… È un processo che… non può essere ridotto soltanto a istruzione, a esortazione morale o ad aggiornamento di tecniche pastorali…»[4].
La formazione, dunque, non aggiunge semplicemente competenze: plasma un’identità, educa la libertà, rende capaci di discernimento e di accompagnamento.
Qui si colloca anche una convinzione pedagogica centrale: il catechista si educa mentre educa. Non è solo “colui che dà”, ma anche colui che riceve, che si lascia interrogare, che riconosce nell’altro non un destinatario passivo, ma un soggetto che porta un dono e provoca una crescita.
Questa reciprocità educativa è chiamata a custodire l’umiltà ed impedire che la catechesi diventi prestazione.
Perciò la formazione deve tenere insieme: interiorità, Parola, qualità relazionale, capacità comunicativa, equilibrio umano e stile ecclesiale. E deve avvenire nel grembo vivo della comunità, perché nessuno genera alla fede da solo.
4. Itinerari da consegnare: una struttura catechetico-pastorale più generativa
Alla luce di questi tre assi (fede vissuta; educazione all’umano; fondamenti pedagogici e formativi), gli itinerari non possono essere semplici programmi: devono diventare cammini ecclesiali.
a) Ripensare gli itinerari come iniziazione, non come “preparazione”
La catechesi non può ridursi a un percorso funzionale al sacramento. L’iniziazione cristiana è un processo più ampio, che coinvolge progressivamente la persona nel mistero di Cristo e nella vita della Chiesa. Per questo va pensata come esperienza integrata: Parola, liturgia, carità, vita fraterna, dimensione missionaria.
Una catechesi iniziatica educa all’umano perché:
- introduce a una libertà credente (non a un adempimento);
- insegna a interpretare la vita alla luce del Vangelo;
- forma alla responsabilità e alla scelta.
E chiede una comunità che accompagna, non solo catechisti che “gestiscono”.
b) Mettere al centro la formazione integrale dei catechisti
«Da oltre mezzo secolo, le parole dell’ultimo paragrafo del Documento di base “Il rinnovamento della catechesi” sono entrate nel sentire diffuso di tutta la Chiesa italiana: “Prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità” (DB, n. 200)»[5]
La formazione integrale non è un optional: è la condizione perché la catechesi diventi generativa. Essa, allora, include:
- una formazione biblica e teologica essenziale e solida;
- una formazione pedagogica (saper leggere età, dinamiche, contesti);
- una formazione umana (stabilità affettiva, equilibrio, capacità di ascolto e di dialogo);
- una formazione spirituale che tenga vivo il rapporto personale con Cristo.
Senza questa integrazione, il rischio è duplice: o si tratta di una catechesi corretta ma fredda, o di una catechesi accogliente ma fragile.
c) Potenziare la dimensione laboratoriale come stile educativo
La dimensione laboratoriale, vissuta in questo contesto formativo della Bisaccia, non è può essere inteso come un “momento creativo” e per certi versi “avvincente”: ma si tratta di uno stile formativo che coinvolge il corpo, la parola, i simboli, l’arte, l’esperienza, e permette di assegnare senso alla vita alla luce della fede.
Il laboratorio, allora, è decisivo perché educa:
- alla partecipazione reale (non alla fruizione);
- alla responsabilità condivisa;
- al collegamento tra vissuto e Vangelo.
In questo modo, educare alla fede coincide realmente con educare all’umano: la persona non “impara soltanto”, ma sperimentando matura.
d) Custodire l’alleanza tra catechesi e comunità
La catechesi vive dentro una comunità che educa. Se la comunità delega, la catechesi si indebolisce; se la comunità accompagna, la catechesi diventa ecclesiale.
Per questo va rafforzato il legame tra catechesi e domenica (Giorno del Signore), catechesi e famiglie, catechesi e carità, catechesi e vita fraterna. Il modello rimane quello della Chiesa delle origini: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione» (At 2,42).
5. Una consegna finale
Carissime e carissimi,
la catechesi che ci attende domanda “fedeltà e coraggio”: fedeltà al Vangelo e all’uomo concreto; coraggio di lasciarci formare per poter formare.
Il Signore ci chiama a essere una Chiesa-comunità (“Famiglia di famiglie”) che educa perché ama: non una “agenzia” che produce percorsi, ma una comunità che genera alla fede e accompagna l’umano a diventare più vero.
Affidiamo questo cammino allo Spirito Santo, autentico ed unico educatore della fede (cf. Gv 14,26), e continuiamo a camminare insieme, perché la catechesi non è opera di singoli, ma responsabilità di una Chiesa che educa e si lascia educare.
[1] «Trasmettere la fede non vuol dire “dare informazioni”, ma “fondare un cuore”, “nella fede in Gesù Cristo”. Ben lontano da apprendere meccanicamente un libretto o alcune nozioni, essere un cristiano vuol dire essere “fecondo nella trasmissione della fede”, così come la Chiesa, che “è madre” e partorisce “figli nella fede”. “Trasmettere la fede non è dare informazioni, ma fondare un cuore, fondare un cuore nella fede in Gesù Cristo. Trasmettere la fede, non si può fare meccanicamente: ‘Ma, prendi questo libretto, studialo e poi ti battezzo’. No. E’ un altro il cammino per trasmettere la fede: trasmettere quello che noi abbiamo ricevuto. E questa è la sfida di un cristiano: essere fecondo nella trasmissione della fede. E anche è la sfida della Chiesa: essere madre feconda, partorire dei figli nella fede”. Papa Bergoglio insiste sulla trasmissione della fede che attraversa le generazioni, dalla nonna alla mamma, in un’aria che profuma di amore. Il proprio credo viaggia non solo con le parole, ma con le “carezze”, con la “tenerezza”, persino “in dialetto”. Nelle parole del Pontefice trovano spazio anche le badanti, quasi delle seconde madri. Straniere o meno, sono sempre più diffusi i casi di badanti che trasmettono la fede con cura, aiutando a crescere» (in https://www.avvenire.it/chiesa/papa/papa-la-fede-si-trasmette-con-lamore-e-la-testimonianza_33419 - dall’Omelia di Papa Francesco a Santa Marta il 3 maggio 2018)
[2] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n.1.
[3] Francesco, Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale dei catechisti, 10 settembre 2022.
[4] Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2020, n. 131.
[5] Ufficio Catechistico Nazionale-CEI, Artigiani di comunità. Linee guida per la catechesi per l’anno 2021-2022, 8 settembre 2021, pag. 34.



